STAMPA
Nome e Cognome
Name Edizioni, collana ArsTic, No. 1 / ISBN 88-87298-74-2
Mario Canepa 2004
Nome e cognome
Una volta che hai imparato il nome e il cognome ti sembra di aver già capito tutto. Come essersi
portati avanti con il lavoro.
Di nome è Balthasar, se siete comodi ve lo sillabo
lentamente: si scrive col ti acca come Teramo e hotel. Chissà poi perché ho detto Teramo che non
so neanche dove sia! Torino dovevo dire, così fan tutti!, sarebbe stato tutto più semplice. Semplice
come l’acqua… Ora mi viene in mente Tinguely e la fontana in quella piazza di Basilea che si muove,
butta, bagna e fa zzzzzzzz come il gruppo, il lampo colorato che passa veloce il giorno della
Milano-Sanremo… zzzzzzzz fa e tu lì a battere le mani, a dire bravi e ti commuovi anche…poi
è subito lontano e finisce tutto. La fontana spruzza, cigola, gioca, si contorce e Tinguely ride
e tu, spiazzato, non puoi più dire semplice come l’acqua. La scultura è così: un gioco che ti
mette in imbarazzo, come il comico che non ride.
Sono Svizzero ma da ragazzo ho studiato a Parigi, poi in America e… Io, a dire la verità, credo
che suo padre lo abbia mandato via di casa il giorno
che gli ha smontato gli orologi e appeso gli
ingranaggi al muro in ordine sparso.
Non segneranno l’ora ma è come guardare le stelle,
non ti sembra?, gli disse felice.
Pensare che lo sapeva bene: guai toccare gli orologi
a quelli!
Siamo svizzeri noi!, gli ha urlato il padre col braccio teso a segnare la porta…
Si sa, la poesia non si addice agli svizzeri: Max Bill insegna. Klee è stato un errore, una distrazione.
Forse la cicogna era stanca quel giorno… Non ce la faccio, non ci arrivo in Germania, disse
scusandosi nel posarsi lì.
Due opposti. Uno di qua e uno di là: Melotti è un poeta: uno scultore lirico, aereo… Beato Angelico…
vola!… Colla no, è diverso, direi il contrario: ha i piedi ben piantati per terra lui! A Colla piaceva
il ferro arrugginito, sporcarsi le mani, posare le cose per terra con rumore, assemblare e guardare
da lontano piegando la testa…
E Balthasar? Balthasar sta in mezzo in perfetto equilibrio
con Tanguely e Calder.
Ora ho capito: Balthasar può essere tutto e il contrario
di tutto. Un po’ apolide e po’ Svizzero a volte è Bill e a volte Klee. Il giorno che è Klee bisogna
solo ricordarsi di nascondere gli orologi.
Dimenticavo: Balthasar di cognome fa Brennenstuhl. Lo so, detto così è difficile, ma poi ci
si abitua. Ora, se siete ancora lì ve lo sillabo lentamente: bi erre come Br… e come eccetera…
eccetera eccetera...
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Sonia Maura Barillari 2004
Sonia Maura Barillari 200The snake et la souris Tout le monde sait bien que les souris sont friandes d'oeufs. Everybody also knows that snakes don¹t brood their own eggs, and leave them unguarded. B_arre bislunghe bistratta ben bene, a_cconcia accordi acuti, astrusi, astratti, l_imando lame lunate. Lichene t_rovi tra toni, timbri, tinte, tratti... H_e handles hurried heavy hammers: «Hi!» A_nche alle asperità acciottolate s_ulle sdrucciole spigolose, sai?, a_ffida assiduo arguzie allampanate. R_estano ruvidi rovi. (Rosai?) B_ulloni bloccano brune bacchette. R_aschia radici rugginose, róse, e_sauste... ed esse eclissano elette n_ecessità nate nelle nebbiose n_oncuranze notturne. Niella note e_suli ed embricature eseguite n_ervosamente, negandosi note s_cale. Sulle superfici sbiadite t_aglia tumide tarsie (taches tannées!), u_mili umori ungono uova ubbidienti: h_âté, harmonisant histoires harnachées, l_e leviga, lasciandole lucenti.
DOSI PER POLENTA
Una casa nella casa. Laboratorio nel laboratorio.
E uno svizzero ad Ovada.
Odore di p’lenta -come la chiama lui-. Per caso le opere appese ai muri, per caso. Perché dovrei
trovare una spiegazione? Perché l’elefante, il mammut? E chi l’ha detto che quello è un animale?
Forse solo l’ingrediente segreto per il pasticcio di mais.
Già, non e’ politicamente corretto chiamarlo polenta. Inutile chiederglielo perché non lo dirà mai.
Ti risponde con quel fare da charlotte e alla fine ti ritrovi sempre ad assaggiare qualcosa.
Pane
nel forno, quadri sui muri, sculture appese e che appendono da sè, colori, forme, gatti che vagano,
gatti che cantano.
La sua casa, il suo raccontare, i silenzi sono caleidoscopio di percezioni, di suoni e profumi di
lavoro, oltre che di forme e di colori. Persino di gente che mi pare salire le scale e respirare
mentre attorno, in realtà (quale realtà?) non c’è nessuno.
Mi porto dietro e mi porto via esperienze e fumi di altre case, altre scale, altra gente, altri
giochi di bambini, altri bambini e grandi, e adulti bambini. E mi porto dietro paesaggi e sensazioni.
Opere che vivono e rivivono nella mia testa, cambiano di luogo, sono mutazioni continue e
instancabili di fantasie notturne, di deliri quotidiani e illuminati dal sole.
Polvere che si trasforma in visione, superfici che aprono spazi e disegnano confini oltre la
determinazione della forma e che, in questo modo, annullano i confini.
Teatro del vero, teatro dell’esserci, del fare. Teatro di cose che sono e che hanno un nome diverso
da quello del mondo. Teatro di cose che non hanno nome. Di parole che non sono parole. Che sono
suoni che bastano a se stessi. Che riempiono e che, al tempo, annullano e svuotano.
Mi soffermo su punti virtuali, virtuosi. Punti. Punti e virgole. E tra parentesi colgo il sussurro,
colore pastello, che la provocazione di un andamento, di un movimento, di una linea mi regala.
Così, senza identità riconosciute, senza certezze e senza disperazione, con levità, rimango
immersa in questo enorme soffice acquario.
Dove non si chiede la rispondenza a dei ruoli, dove
non si chiede patente e dottore, dove non si chiede.
Dove si dà il candore, dove i miraggi non sono oasi fittizie di ombra, dove i sogni si toccano,
senza le mani, senza gli occhi, senza corpi. Con nuove mani, nuovi occhi, nuovi corpi.
Eterei. Che si soffiano via, come cenere bianca e spolvero di matita.
Spolvero di p’lenta.